INFERMIERE O SPIE?
Fine dell vicenda
| Il ministro degli Esteri bulgaro annuncia: «Saranno graziati» Libia, rilasciati infermiere e medico bulgari Erano stati condannati all'ergastolo con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Aids oltre 400 bambini libici, alcuni dei quali morti |
L'AEREO - L'aereo della Repubblica francese è decollato nella notte tra lunedì e martedì dalla Libia con destinazione Sofia con a bordo Cecilia Sarkozy, la moglie del presidente trnasalpino, che tanto si è adoperata per la sorte delle infermiere bulgare e per il medico palestinese naturalizzato bulgaro. A bordo c'era anche il commissario della Ue Benita Ferrero-Waldner, il segretario generale dell'Eliseo M. Claude Gueant, le «cinque infermiere bulgare e il medico palestinese», precisa un comunicato. Nella nota «il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy e il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso si felicitano dell'accordo che ha permesso la liberazione e il ritorno in Bulgaria delle infermiere detenute da più di otto anni e del medico di origine palestinese». LA VICENDA - I sei erano stati condannati all'ergastolo da un tribunale libico con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Aids numerosi bambini libici, 438 per la precisione, alcuni dei quali morti, nell'ospedale pediatrico di Bengasi. In patria non dovranno scontare alcuna pena, ma saranno tutti graziati all'arrivo. come ha assicurato un portavoce del ministero degli Esteri di Sofia. La Libia ha intanto fatto sapere di aver deciso per l'estradizione delle infermiere e del medico perché «sono state soddisfatte le nostre condizioni». «NIENTE SOLDI PER LA LIBERAZIONE» - Condizioni politiche e non economiche, come conferma anche Nicolas Sarkozy: «Posso tranquillamente confermare che né l'Europa né la Francia ha pagato un contributo finanziario alla Libia per la liberazione delle infermiere e del medico. Cecilia - ha poi continuato - ha fatto un lavoro notevole» per arrivare a una soluzione positiva della vicenda. Diversa l'opinione della Libia secondo cui sia Ue che Francia hanno invece versato denaro al Fondo speciale di Bengasi per l'aiuto alle famiglie dei bambini libici contaminati dal virus dell'Hiv. Secondo il ministro degli Esteri libico, Abdel-Rahman Shalgam, «tutti hanno versato un contributo al Fondo, comprese l'Ue e la Francia. Hanno coperto tutto l'ammontare versato alle famiglie e anche più». «Tra la Libia e l'Unione Europea - ha continuato - è stato firmato un accordo di cooperazione per sviluppare ed espandere la collaborazione tra le due parti, comprendente una piena cooperazioone e associazione». Insomma, un piccolo giallo che verrà magari risolto mercoledì, quando Sarkozy è atteso a Tripoli con il ministro degli Esteri transalpino Bernard Kouchner. Obiettivo della una visita «aiutare a reintegrare la Libia nella comunità internazionale». 24 luglio 2007 |
La questione riguarda 5 infermiere bulgare e 1 medico palestinese si dice abbiano inoculato il virus dell'Aids a 426 bambini ricoverati all'ospedale di Bengasi (52 di loro sono morti). Ma sono sul serio stati loro?
Visto dal mio punto di vista:
Vi sono stati 52 morti e 426 contagiati in un ospedale di Bengasi zona libica profondamente contraria all'operato di Gheddafi (covo dei dissidenti). Con i primi contagi e le prime morti i dissapori verso l'operato del presidente sono aumentati. I papabili responsabili per incurie sembrano le 5 infermiere e il medico palestinese. Allora Gheddafi ha deciso di usare questo contagio di massa, non unico in Libia, per unire il suo popolo contro un nemico comune. Anzichè di un contagio dovuto a un'epidemia è stato dipinto come un'azione ordita dalla CIA per destabilizzare il governo e avrebbero addestrato le sei spie a somministrare l'hiv creato in laboratorio. Io non so chi abbia ragione, ma il racconto libico sembra poco verosimile e se leggere gli ultimi articoli esimi studiosi hanno dimostrato che il virus era già presente prima che arrivassero i sei e che non è stato creato in laboratorio. Inoltre le confessioni sono state estorte tramite torture.
un po' di pubblicità poi alcuni articoli in ordine cronologico sull'argomento!
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Da qui in poi elenco gli articoli trovati scritti sull'argomento
PROCESSO AI MEDICI BULGARI IN LIBIA
06.04.2000
Un tribunale libico ha rimandato il processo di sei medici bulgari e nove
arabi accusati di aver deliberatamente infettato con il virus dell'HIV circa 400
bambini libici. L'avvocato difensore dei medici bulgari ha dichiarato di aver
avuto troppo poco tempo per esaminare le 1.600 pagine approntate dall'accusa. Il
processo, iniziato in febbraio, è stato posticipato in seguito alla richiesta
presentata dalla difesa.
Si tratta di un caso veramente insolito. I medici vennero arrestati oltre un
anno fa nel corso di indagini in seguito ad un'epidemia di AIDS scoppiata in un
ospedale infantile di Bengasi. Se riconosciuti colpevoli, gli imputati
potrebbero essere condannati a morte. Il governo bulgaro ha ripetutamente detto
di non credere affatto nella colpevolezza dei propri medici e ha richiesto un
processo equo. I rapporti fra Bulgaria e Libia sono tradizionalmente buoni.
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"PISTA
BULGARA" PER L' AIDS IN LIBIA 09.02.2004 - Sofia Se l' ombrello bulgaro ha funzionato, perché non
dovrebbe funzionare la siringa venuta da Sofia? Se nel ' 78 i servizi segreti
comunisti assassinarono a Londra il dissidente Georgi Markov con la punta
avvelenata di un ombrello, perché è meno credibile che 20 anni dopo altri
bulgari abbiano complottato, stavolta al soldo dell' Occidente, per scatenare
un' epidemia di Aids a colpi di aghi infetti? Autore: Luigi Ippolito
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LIBIA:
"A MORTE I MEDICI BULGARI"
07.05.2004
Non sono servite neanche le pressioni esercitate fino all'ultimo dall'Unione
europea sul leader libico Muammar Gheddafi. Ieri mattina il tribunale di Bengasi
ha condannato a morte tramite fucilazione cinque infermiere bulgare e un medico
palestinese riconoscendoli colpevoli di aver diffuso il virus dell'Aids tra i
bambini dell'ospedale pediatrico della città che si affaccia sul golfo della
Sirte. Un altro medico bulgaro, Zdravko Marinov Georgiev, è stato invece
condannato a 4 anni di reclusione e rilasciato al termine dell'udienza. Si
tratta di una sentenza per certi versi scontata, che dopo quattro anni mette
fine nel modo peggiore a un processo che fin dall'inizio ha suscitato numerosi
dubbi e polemiche. Secondo l'accusa i sette avrebbero infettato volontariamente
426 bambini ricoverati nell'ospedale Al Fateh, 40 dei quali sono morti.
Un'azione compiuta, secondo i giudici, «per danneggiare la sicurezza libica».
Tra le proteste dei familiari delle piccole vittime, la stessa corte ha invece
assolto nove medici libici accusati di negligenza. In Bulgaria, dove il processo
è stato seguito con la massima attenzione, le proteste per le condanne a morte
non si sono fatte attendere. La radio nazionale ha interrotto i programmi per
diffondere la notizia, mentre il governo ha condannato la sentenza. «Non sono
state prese in considerazione le prove presentate da due esperti, l'italiano
Vittorio Colizzi e il francese Luc Montagnier, che nei loro rapporti avevano
detto che l'infezione di Aids già esisteva nell'ospedale mesi prima dell'arrivo
dei bulgari», ha accusato il ministro degli esteri Solomon Passy. E il ministro
della giustizia, Anton Stankov, dopo aver annunciato di voler impugnare la
sentenza, ha detto di attendere «le reazioni dei nostri partner internazionali,
in primo luogo Usa, Gran Bretagna e Irlanda».
In realtà le accuse di un presunto complotto internazionale sembrerebbero
servire alla Libia soprattutto per coprire pesanti responsabilità nella gestione
dell'ospedale di Bengasi. Le cinque infermiere, Cristina Valcheva, Nasja Nenova,
Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva, Senejana Ivanova Dimitrova, si
trovavano in Libia insieme a Zdravko Marinov Georgev grazie a un rapporto di
scambio tra Sofia e Tripoli che prevede l'invio di medici bulgari negli ospedali
libici (dove guadagnano di più che in patria) e la presenza di medici libici in
Bulgaria. Tutti e sei vengono arrestati con il medico palestinese il 9 febbraio
del 1999. Con loro finiscono in manette altri 17 bulgari, in seguito rilasciati.
Le accuse che gli contestano le autorità libiche sono pesantissime: aver
provocato un'epidemia di Aids iniettando il virus nei piccoli pazienti
dell'ospedale Al Fateh e aver commesso omicidio con l'uso di sostanze letali
come il virus dell'Hiv. Tutti reati punibili con la pena di morte. Come se non
bastasse, poi, tre delle cinque infermiere vengono anche accusate di aver avuto
rapporti sessuali illeciti, di aver prodotto e consumato alcol in pubblico e di
aver violato le norme valutarie del paese. Gli imputati finiscono così davanti
al Tribunale del Popolo, una corte speciale che in Libia si occupa di casi
legati alla sicurezza nazionale.
Ma perché i sei bulgari e il medico palestinese avrebbe compiuto un'azione così
orrenda? A spiegarlo è lo stesso leader libico. Prendendo la parola in Nigeria
durante la conferenza mondiale sull'Aids che si tiene nell'aprile del 2001, il
Colonnello definisce il caso «un crimine odioso». «Abbiano trovato - spiega - un
dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell'Hiv ai quali è
stato chiesto di sperimentare gli effetti sui bambini. E chi li ha incaricati di
questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad».
Intanto, mentre alcuni dei bambini malati vengono trasferiti a spese della Libia
in Italia e curati negli ospedali Sacco e Niguarda di Milano e al Bambin Gesù di
Roma, gli imputati sono detenuti nel carcere di Tripoli. Durante il processo -
dove si dichiarano innocenti - denunciano di essere stati torturati e due
infermiere accusano di essere state stuprate. A loro favore c'è la relazione
stilata per conto dell'Unesco da un medico di fama mondiale come Luc Montagnier
e dal virologo italiano Vittorio Colizzi, secondo la quale già un anno prima
dell'arrivo in Libia dei sanitari bulgari nell'ospedale di Bengasi girava
un'infezione di Aids a causa delle scarse condizioni igieniche. Una rapporto che
avrebbe dovuto mettere fine a qualunque fantasia cospirativa e di cui invece non
è stato tenuto conto.
Il caso dei medici bulgari è stato oggetto anche degli incontri avuti solo una
settimana fa da Gheddafi durante il suo viaggio a Bruxelles e si spera che ora
il leader libico possa intervenire concedendo la grazia agli imputati, anche per
non compromettere la marcia di avvicinamento all'Europa cominciata con
l'ammissione delle responsabilità per l'attentato di Lockerbie. Intanto le
condanne a morte sono state definite «inaccettabili» anche dal Dipartimento di
Stato americano che ieri sera, attraverso il suo portavoce, ha sollecitato il
governo libico «a prendere provvedimenti per risolvere rapidamente questo caso».
Autore: Carlo Lania
Fonte: Il Manifesto
LIBIA:
"QUELL'OSPEDALE ERA GIÀ INFETTO"
07.05.2004
Vittorio Colizzi è docente di microbiologia all'università romana di Tor
Vergata. Nel 2002 è stato inviato dall'Unesco - insieme a Luc Montagnier - a
Bengasi, presso l'«Al- Fateh Hospital». A quel primo soggiorno sono seguite
altre visite e un rapporto che è ora considerato dal governo di Sofia come una
prova decisiva.
Come siete stati accolti a Bengasi?
In teoria ci è stata fornita la massima collaborazione avuta, però, solo in
parte. Certo, abbiamo letto le cartelle cliniche dei bambini infettati e,
successivamente, ci è stato addirittura concesso di visitarli e di far
analizzare i campioni del loro sangue in Europa.
Il risultato?
In base ai file digitali che ci sono stati consegnati, già a partire dal 1997
erano ricoverati nell'ospedale di Bengasi ben 7 bambini affetti da virus dell'Hiv.
Altri 14 bambini erano stati dimessi entro la fine di febbraio del `98.
E quando è arrivato, in Libia, il personale medico bulgaro?
Alla fine di febbraio del 1998.
Dunque alcuni casi di Aids si erano già verificati prima che arrivassero i
bulgari.
Esattamente.
Cosa impedisce di credere che, dopo, qualcuno abbia inoculato il virus ad
altri 426 bambini?
Nulla. Tuttavia i bambini ricoverati prima dell'arrivo dei bulgari presentavano
- secondo l'analisi delle sequenze virali - lo stesso ceppo virale di quelli che
sono stati infettati poi. Il che dimostra che quel virus già circolava
nell'ospedale.
Perché del personale medico e paramedico bulgaro si trovava in Libia?
E' un fenomeno frequente.La Libia è piena - negli ospedali - di personale
proveniente dai paesi dell'Est. I libici non hanno materiale medico e
infermieristico sufficiente.
Secondo l'accusa il virus sarebbe stato inoculato volontariamente.
Sembra improbabile che le infermiere siano arrivate di notte con la siringa
assassina.
Si dice che stessero sperimentando un vaccino.
Tra tutte quelle che ho sentito, questa è la più incredibile. Del resto anche
due infermiere libiche sono state infettate.
Qual è la vostra ipotesi?
Che questo ceppo virale sia simile a quelli dell'Africa subsahariana. I confini
della Libia - specie nel deserto - non esistono e da quella parte dell'Africa
c'è un flusso continuo di immigrati. Una donna proveniente da quella zona
potrebbe aver partorito a Bengasi provocando la diffusione del virus.
Lei esclude la colpevolezza dei bulgari?
Non c'è nessuna prova che siano stati loro. Ci sono, invece, prove che
dimostrano come il virus fosse già presente.
Lei e il professor Montagnier avete testimoniato al processo...
Si è trattato di un processo corretto dal punto di vista formale ma non da
quello sostanziale. I libici hanno accettato il nostro rapporto e non ci hanno
esclusi dal dibattimento ma hanno accolto una serie di prove per noi
incomprensibili. Un esempio: parlano di campioni di bottiglie trovati nelle case
delle infermiere bulgare e nei quali sarebbe stato conservato il virus. Per tre
giorni ho aspettato, a Tripoli, che quelle bottiglie mi venissero consegnate.
Non è successo.
Autore: Iaia Vantaggiato
Fonte: Il Manifesto
LIBIA:
5 INFERMIERE BULGARE CONDANNATE A MORTE
12.05.2004 - Sofia
Cinque infermiere bulgare sono state condannate a morte da una corte libica
lo scorso 6 maggio. Christiana Valcheva, Valia Cherveniashka, Nasia Nenova,
Valentina Siropulo e Snezhana sono state ritenute colpevoli di aver
volontariamente infettato con il virus dell’AIDS circa 400 bambini libici. Tra
il personale bulgaro accusato solo Zdravko Georgiev, medico, si è visto
assegnare una pena di soli 4 anni ed è stato immediatamente rilasciato per
averli già scontati.
Il personale medico bulgaro lavorava in un ospedale infantile a Benghazi. Il
loro dramma è iniziato cinque anni fa. Furono infatti arrestati nel 1999 e non
lasciarono mai le carceri libiche. In Bulgaria la loro vicenda era già nota ma
la condanna a morte ha scioccato i bulgari. Le autorità di Sofia hanno
immediatamente reso noto che faranno di tutto affinché i difensori delle
infermiere ricorrano in appello e possano vincere. “I nostri concittadini sono
innocenti e questa tesi è ampliamente suffragata dalle prove emerse durante la
fase processuale”, ha dichiarato Anton Stankov, Ministro della giustizia bulgaro
aggiungendo poi che il governo bulgaro non accetterà che propri concittadini
divengano ostaggi di Tripoli per risolvere questioni interne alla Libia.
La tesi dei difensori delle infermiere è che questi ultimi avrebbero confessato
la propria colpevolezza sotto tortura. “La corte libica ha affermato che non è
di sua competenza valutare se le confessioni siano state rilasciate o meno in
seguito a torture, e questo è perlomeno sorprendente”, ha aggiunto Stankov.
Cerca nuovi spiragli il Presidente dal Parlamento bulgaro Ognyan Gerdzhikov:
“anche se in appello la condanna fosse confermata il presidente libico Gheddafi
potrebbe graziarli”.
Solomon Passy, Ministro degli esteri, ha preferito invece appellarsi all’aiuto
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed alla Comunità internazionale.
La stampa ha riportato che il Ministro degli esteri avrebbe già avviato contatti
con tutti i 15 membri del Consiglio ed avrebbe iniziato a scrivere, assieme alla
Gran Bretagna, una risoluzione che porti ad alleviare le sanzioni internazionali
contro la Libia per ingraziarsene i favori.
Shock e paura
“Shock e paura” titola il quotidiano Troud lo scorso 8 maggio descrivendo le
forti reazioni in Bulgaria alla sentenza della corte libica. Sindaci, politici e
semplici cittadini stanno raccogliendo in tutto il Paese sottoscrizioni in
difesa delle 5 infermiere. “Sarei tentato di invitare tutti i medici e le
infermiere bulgare che lavorano in ospedali libici a lasciare il paese” ha
affermato Ventzilav Grozdev, a capo del sindacato bulgaro dei medici “senza di
loro il sistema sanitario libico crollerebbe in meno di tre settimane. Gheddafi
se lo merita”. Più duri i toni dei manifestanti portati davanti all’ambasciata
libica dai nazionalisti del VMRO, partito che non è rappresentato in parlamento.
Questi ultimi hanno intonato slogan dal blando “I bulgari sono innocenti” o
“Libertà per il personale medico bulgaro” al più violento “Libici assassini”.
La Bulgaria sulla questione è comunque in fermento. 715.000 bulgari hanno
sottoscritto la campagna “Un milione di lettere per i nostri compatrioti”
organizzata dall’Unione degli editori bulgari. 12 quotidiani nazionali bulgari
hanno allegato alle edizioni di questi giorni cartoline da inviare al presidente
USA ed alla Commissione europea dove si scrive che la Bulgaria crede
nell’innocenza dei propri concittadini in Libia. Il presidente della sezione
bulgara del Comitato di Helsinki, think tank che si batte per la difesa dei
diritti umani nel Paese, ha paragonato la corte libica a quelle attive in
Bulgaria prima del 1989, durante l’era comunista. “La storia dei bulgari in
Libia avrà un lieto fine solo se vi saranno forti pressioni USA e dell’Unione
europea”, ha aggiunto.
Forti reazioni internazionali
Le reazioni alla sentenza in Libia sono state vigorose sia nell’Unione europea
che negli USA. L’Unione europea ha già espresso la propria preoccupazione.
Richard Baucher, portavoce del Dipartimento di Stato USA ha invece affermato
come gli USA faranno pressione su Tripoli affinché l’intera vicenda abbia un
esito positivo. Anche l’ambasciata USA a Sofia ha preso posizione e in un
comunicato stampa ha definito la sentenza sbagliata ed ingiusta. E’ scesa in
campo anche Amnesty International che ha invocato la cancellazione delle
sentenze a morte che ha definito sconcertanti.
Colpevoli ed innocenti sul "Caso Libia"
La stampa locale in Bulgaria ha criticato le autorità bulgare al potere dal 1999
ad oggi per non essere state in grado di fare nulla che abbia potuto evitare la
drammatica sentenza dei giorni scorsi. In particolare si è ricordata
un’affermazione dell’ex premier Ivan Kostov il quale sulla vicenda avrebbe
affermato: “Nel caso i nostri concittadini fossero colpevoli?”. Troud chiede
invece le dimissioni del Ministro degli esteri Salomon Passy pur affermando che
la colpa maggiore sarebbe da attribuire a chi lo ha preceduto: Nadezhda
Mihailova. Troud sostiene come l’attuale responsabile degli eteri continui a
parlare di giusto processo sperando che l’entrata della Bulgaria nella NATO
basti a risolvere tutti i problemi. “Occorre una vera e propria offensiva
diplomatica per arrivare ad un lieto fine” si ricorda dalle colonne del
quotidiano “non sono sufficienti le dichiarazioni di Colin Powel e Romano Prodi.
Avranno effetti concreti solo se la nostra diplomazia avvierà una martellante
pressione diplomatica”. Appare comunque come una beffa che la sentenza arrivi a
solo una settimana dalla visita del colonnello Gheddafi a Bruxelles dove è stato
accolto con un abbraccio da Romano Prodi, commenta il quotidiano Dnevnik.
Scenari
La stampa bulgara ha provato ad immaginare i differenti scenari sul “Caso
Libia”. Qualcuno sostiene che basterà una telefonata di Bush per far fare un
passo indietro al colonnello libico. Ma il portavoce del Ministero degli esteri
della Libia avverte: “Meglio che gli USA pensino ad indagare e fare chiarezza
sulle torture contro gli iracheni piuttosto che dare consigli e fare pressioni
su una corte indipendente in Libia”. Altri consigliano invece la strada
dell’Unione Europea o addirittura Mosca. Difficile infatti per gli editorialisti
del quotidiano Troud che Gheddafi possa temere le reazioni USA, il suo nemico
numero uno, meglio provare a raggiungerlo tramite il Cremlino. Intanto però la
posizione libica si è radicalizzata. Il vice Ministro degli esteri libico, Hasun
Ashaush, ha accusato la Bulgaria di bio-terrorismo e di contaminazione di
bambini con armi di distruzioni di massa. Accuse negate con vigore da Sofia.
Intanto l’altro ieri un medico bulgaro e' stato accusato in Libia di aver curato
male una paziente, poi deceduta. Il dottor Anton Botev, che lavorava a Msalata
(a 120 km da Tripoli), non e' riuscito a salvare la paziente, trasportata in
ospedale in stato di morte clinica. Interrogato prima come testimone, il medico
bulgaro e' poi stato “accusato di non aver curato la paziente in modo adeguato”,
ha affermato l' ambasciata bulgara in Libia, precisando che egli non e'
detenuto. Lo stesso giorno è stata avviata la procedura di ricorso in appello
presso la Corte suprema per le cinque infermiere bulgare condannate a morte.
Autore: Tanya Mangalakova
Fonte:
Osservatorio sui Balcani
LIBIA:
32 SCIENZIATI CHIEDONO LA REVOCA DELLE CONDANNE A MORTE
29.06.2004 - Sofia
Trentadue tra i principali esperti di AIDS, di 10 diverse nazioni, hanno
sollecitato il leader libico Mohammar Gheddafi a revocare la sentenza di morte
che il suo paese ha comminato a cinque infermiere bulgare ed un dottore
palestinese accusati di epidemia dolosa.
"Come eminenti virologi ed altri scienziati e medici, ci uniamo ai nostri
colleghi di tutto il mondo nell'appellarci urgentemente a voi per revocare le
sentenze di morte comminate dalla Corte Penale di Bengasi, in Libia, a cinque
infermiere bulgare ed un medico palestinese," Così hanno scritto gli esperti in
una lettera a Gheddafi che è stata spedita per e-mail alla BNN. "Chiediamo
inoltre, rispettosamente, al vostro governo di rivedere le procedure che hanno
coinvolto questi lavoratori stranieri in quest'affare."
"Di conseguenza sollecitiamo le autorità libiche ad archiviare il caso e a
rilasciare nei loro paesi d'origine il personale medico incarcerato che era
stato invitato nel loro paese per aiutare a curare i malati," continua la
lettera.
[...]
Gli autori della lettera […] comprendono il dottore francese Luc Montaigner,
co-scopritore del virus HIV, il virologo italiano Vittorio Collizzi, il dottore
statunitense Robert Gallo, direttore dell'Istituto di Virologia Umana e della
Divisione di Scienza di Base all'Università del Maryland, Istituto di
Biotecnologia di Baltimora.
La corte di Bengasi ha respinto come "controverso ed infondato" un rapporto di
Montaigner e Collizzi circa il caso e ha preso in considerazione un altro
rapporto di cinque medici libici, che confermava le accuse. "Noi crediamo che la
Corte Penale di Bengasi abbia trascurato le esplicite prove di questi illustri
medici ed abbia proceduto senza una solida conoscenza delle realtà
scientifiche," si dice nella lettera.
Si afferma che dopo svariati viaggi in Libia, incluse una completa e profonda
indagine dell'ospedale pediatrico "al-Fateh", Montaigner e Colizzi hanno
evidenziato l’improbabilità di una deliberata iniezione da parte del personale
medico accusato e hanno concluso che: "Tutte le analisi genetiche effettuate
indicano chiaramente che l'infezione ospedaliera all'ospedale pediatrico di
Bengasi è stata causata da un singolo sottotipo di A/G HIV-1 da un solo bambino
infettato da HIV, a sua volta contagiato dalla madre per trasmissione verticale.
Quest'infezione era già presente nell'ospedale di Bengasi nell'aprile 1997
(prima che arrivasse il personale medico straniero) ed era ancora in atto nel
marzo 1999."
"La tesi del dottor Montaigner che l'infezione era stata causata dalle scarse
condizioni mediche è supportata dal riconoscimento della comunità scientifica
internazionale, che strumenti medici non sterili possono facilmente trasmettere
l'HIV. L’insorgenza di simili casi é stata documentata in Egitto, Romania, e
nella regione autonoma di Kalmucchia in Russia."
I firmatari definiscono l'infezione dei bambini "veramente tragica". "Tuttavia,
accusando il personale medico di aver deliberatamente infettato i bambini con
l'HIV, contrariamente alle prove, e condannandoli a morte, non si aiuterà a
proteggere altri pazienti da un destino simile." Hanno sollecitato le autorità
libiche ad accettare l'aiuto internazionale e per determinare le condizioni
dall'ospedale che hanno causato il contagio ed ad assicurare che tali condizioni
non esistano più in questa od in altre strutture sanitarie libiche.
Fonte: Bulgarian News Network
Traduttore: Marco Panchetti e al.
L'EUROPA
FA APPELLO ALLA LIBIA PER FERMARE L'ESECUZIONE
06.07.2004
La sezione parlamentare dell'"Organizzazione per la Sicurezza e la
Cooperazione in Europa" (OSCE), un organismo di sicurezza paneuropeo, ha
sollecitato ieri la Libia a non procedere con l'esecuzione di sei operatori
sanitari stranieri, accusati di aver infettato dei bambini di AIDS.
In una risoluzione precedente i parlamentari OSCE, affermavano che la
confessione era stata estorta agli accusati sotto tortura da parte della polizia
libica e dei servizi di sicurezza, e due tra gli inquirenti, avevano ammesso di
aver applicato tale coercizione.
Bruce George, presidente dell'assemblea parlamentare dei 55 membri dell'OSCE,
afferma che la maggior parte delle persone è convinta che i sei (5 infermiere
bulgare ed un medico palestinese) siano stati erroneamente condannati.
"Spero veramente che il colonnello Mohammar Gheddafi, il grande leader,
interverrà e preverrà le esecuzioni perché, l'opinione pubblica, inclusa la
categoria dei medici, afferma che non sono colpevoli" ha affermato nella
capitale scozzese, Edimburgo.
"Ciò annullerebbe tutto quello che i libici hanno tentato di fare negli ultimi
12 mesi" (per ricostruire i legami con l'occidente, se le esecuzioni
procedessero) , afferma George, che, inoltre, presiede la "commissione difesa"
della "Camera dei Comuni" inglese o "Camera Bassa".
I sei accusati sono stati incolpati di omicidio premeditato ed infezione
volontaria di circa 400 bambini libici mediante trasfusione di sangue.
Le sentenze di morte sono state emanate in maggio, due mesi dopo che il primo
ministro inglese, Tony Blair, ha effettuato un viaggio in Libia per accogliere
personalmente, di nuovo, Gheddafi nel consesso internazionale.
Fonte: France Presse (via Amnesty International)
Traduttore: Marco Panchetti
INFERMIERE BULGARE IN LIBIA: STRITOLATE DALLA RAGION DI STATO
19.10.2004
Lo scorso maggio cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese sono
stati condannati a morte da una corte libica. L’accusa? Aver volontariamente
infettato con il virus dell’AIDS 426 bambini ricoverati presso l’ospedale dove
lavoravano.
Secondo quanto ha denunciato, tra le varie organizzazioni anche Amnesty
International, ai sei condannati sarebbero state strappate delle confessioni con
l’uso della tortura. La stessa Amnesty ha invitato il governo libico a rivedere
il processo.
Ora la Libia si sta aprendo all’occidente. L’Unione Europea nel settembre scorso
ha deciso di seguire l'indicazione dello scorso anno dell'Onu, revocando le
sanzioni economiche così come l'embargo degli armamenti. Negli stessi giorni gli
USA hanno formalmente messo fine all'embargo commerciale alla Libia, per
ricompensarla della rinuncia alle armi di distruzione di massa, ma hanno
lasciato in vigore alcune sanzioni legate alle misure anti-terrorismo.
In queste settimane di aperture nei confronti dello Stato nordafricano la
diplomazia bulgara ha tentato di sottolineare le gravi violazioni dei diritti
umani dei bulgari imprigionati. Tutte le diplomazia europee sembrano convinte
del fatto che le 5 infermiere bulgare ed il medico palestinese altro non
sarebbero che capri espiatori che il regime di Gheddafi sta dando in pasto
all’opinione pubblica per coprire condizioni di igiene drammatiche negli
ospedali libici.
Ma la ragion di Stato e gli interessi dei singoli Stati europei nei confronti
della Libia sembrano prevalere. In un recente viaggio a Tripoli il cancelliere
tedesco Gerard Schroeder si è concentrato quasi esclusivamente sui rapporti
economici tra i due Paesi senza nominare nemmeno il caso delle infermiere
bulgare e del medico palestinese.
Non molto più attenta alla questione è stata l’Italia, tra i Paesi europei più
attivi a spingere per la revoca delle sanzioni nei confronti della Libia senza
condizionare questa posizione al rispetto dei diritti umani nel Paese. L’Italia
è in questo periodo al fianco della Libia affinché quest’ultima si impegni
maggiormente per contrastare l’immigrazione clandestina verso le coste italiane
e questa è senza dubbio la priorità.
“Il processo è una questione che riguarda la magistratura” ha dichiarato
recentemente al Corriere della Sera il Primo ministro libico Shukri Ghanim “e la
politica non interferirà”. Il Primo ministro ha poi ribadito che il diritto è
stato applicato in modo corretto e che “vi sono più di 400 bambini infettati dal
virus dell’AIDS e dei quali 40 sono già morti”.
In queste settimane le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese sono
sempre più soli.
Autore: Zheljko Cvijanovich
Fonte:
Osservatorio sui Balcani
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LIBIA:
INFERMIERE BULGARE, RICHIESTE A UE PER FINE VICENDA 07.12.2004 - Bengasi La Libia ha consegnato a un gruppo di medici
europei una lettera in cui si pongono tre condizioni per archiviare il caso
delle cinque infermiere bulgare condannate a morte con l'accusa di aver
provocato un'epidemia di Aids in un ospedale libico. Nel maggio scorso un
tribunale di Bengasi aveva condannato a morte le infermiere e un medico
palestinese, dopo cinque anni di detenzione preventiva. I sei erano stati
riconosciuti colpevoli in relazione al contagio da virus Hiv di 380 bambini e
alla morte per Aids di altri 46 mentre prestavano servizio in un ospedale
pediatrico cittadino. Fonte: ANSA-AFP |
LIBIA-BULGARIA: INFERMIERE AIDS, REAZIONI PRUDENTI
31.05.2005 - Sofia
La Bulgaria giudica incoraggiante ma non completamente favorevole la
decisione di oggi dell'Alta Corte di Tripoli di rimandare al 15 novembre
prossimo la decisione sull'appello contro la condanna a morte di cinque
infermiere bulgare e di un medico palestinese accusati di aver trasmesso l'Aids
con sangue infetto a 426 bimbi ricoverati in un ospedale pediatrico a Bengasi.
Una notizia incoraggiante, ha detto il presidente della Bulgaria, Georgi
Parvanov, che la settimana scorsa era stato in visita ufficiale in Libia e si é
incontrato con Mouammar Gheddafi. In un comunicato stampa la presidenza bulgara
valuta che “rinasce la speranza di chiarire la verità sulla tragedia e
dimostrare l'innocenza dei bulgari”. Il premier della Bulgaria, Simeone di
Sassonia Coburgo-Gotha, consiglia di agire con molta discrezione ed in una
dichiarazione alla radio nazionale bulgara ha detto che la decisione di oggi
della Corte suprema della Libia “non é favorevole” alle infermiere bulgare, in
quanto dovranno rimanere ancora diversi mesi in prigione.
Secondo il ministro degli Esteri, Solomon Passy, il fatto che oggi non é stata
confermata la condanna a morte degli imputati dimostra che la giustizia in Libia
ha cominciato a considerare in maniera più attenta gli argomenti della difesa.
Le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese il 6 maggio 2004 dal
tribunale di Bengasi sono stati condannati a morte per fucilazione.
Durante l'intero processo, iniziato nel 2000, gli imputati si sono sempre
dichiarati innocenti denunciando di aver subito durante l'istruttoria torture e
sevizie: scosse elettriche, bastonate e pestaggi mentre erano legati ai letti.
Nel corso degli anni il governo bulgaro si é impegnato a fondo per aiutare la
difesa dei bulgari coinvolgendo anche gli ambienti politici di diversi Paesi, in
primo luogo Usa e Gran Bretagna, affinché fosse garantita trasparenza e
imparzialità del processo.
Su richiesta della difesa il tribunale di Bengasi ha esaminato anche un rapporto
preparato da due esperti di Aids famosi in tutto il mondo, l'italiano Vittorio
Colisi e il francese Luc Montagnier. Nel loro rapporto si afferma che a causa
della scarsa igiene nell'ospedale pediatrico, già negli anni 1997-1998 - ovvero
quasi un anno prima che le bulgare fossero assunte - circolava un'infezione di
Aids.
Fonte: ANSA
INFERMIERE BULGARE: NEGOZIARE O NO?
06.09.2005 - Sofia
Mentre le
cinque infermiere condannate a morte con l'accusa di aver deliberatamente
infettato 400 bambini di sangue infetto del virus HIV aspettano la sentenza
dell'appello, in patria l'opinione pubblica è divisa su come il nuovo governo
guidato dai socialisti dovrebbe gestire la crisi.
Alcuni affermano che il governo dovrebbe prendere in considerazione le richieste
della Libia di compensazioni pagate alle famiglie delle vittime, dato che altri
sforzi si sono rivelati sino ad ora inutili.
Altri invece sottolineano che eventuali negoziazioni con i genitori dei bambini
ammalatisi di AIDS sono impossibili dato che questi ultimi non hanno una
rappresentanza unitaria, alcuni sarebbero pronti a negoziare mentre altri
continuano ad insistere affinché le donne vengano giustiziate.
Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo e Valya
Chervenyashka sono state condannate a morte nel maggio del 2004 in seguito ad un
epidemia di AIDS scatenatasi a Benghazi, città della Libia orientale. Un altro
bulgaro, il medico Zdravko Georgiev, è stato condannato a quattro anni di
carcere e poi rilasciato anche se è impossibilitato a lasciare il Paese.
Attualmente vive presso l'Ambasciata bulgara di Tripoli.
Esperti internazionali hanno portato la loro testimonianza durante il processo
sostenendo che le infezioni sono state causate da scarse condizioni d'igiene
presso l'ospedale e che in ogni caso si erano propagate prima dell'arrivo
dell'equipe medica bulgara. Circa 50 pazienti sono sino ad ora morti, e questo
ha scatenato la rabbia in Libia. I giudici libici hanno fatto propria la
posizione del governo che ha fin dall'inizio affermato che le infermiere ed il
medico bulgaro stavano complottando contro lo stato libico sotto la guida della
CIA e dei servizi segreti israeliani, il Mossad.
Sulla questione sono intervenuti anche Stati Uniti ed Unione europea con propri
appelli che però non hanno ad ora dato alcun risultato, anche se fonti
diplomatiche bulgare assicurano che i contatti continuano in vista della seduta
del prossimo 15 novembre della Corte suprema. Gli analisti affermano che se la
Corte suprema confermasse la sentenza potrebbe allora essere impossibile salvare
le infermiere.
La Libia però è senza dubbio interessata a superare il suo isolamento
internazionale e porre termine ad un processo che si trascina oramai da più di
sei anni ed ha quindi insistito sul tema delle compensazioni fin dal primo
giorno di lavoro del nuovo governo in Bulgaria.
Il ministro degli esteri Ivailo Kalfin però ha rifiutato il pagamento
definendolo "danaro insanguinato", confermando in questo modo la posizione del
suo predecessore che temeva che l'accettazione di compensazioni sarebbe stato
una implicita ammissione della colpa. Ha inoltre argomentato che anche nel caso
si riuscisse ad arrivare ad un accordo con i parenti delle vittime questo non
sarebbe garanzia del rilascio delle infermiere. Vladimir Chukov, esperto del
mondo arabo che ha seguito da vicino la vicenda, ritiene invece che il governo
stia commettendo un errore.
Ha infatti affermato che la Bulgaria dovrebbe negoziare con i parenti e non
perdere tempo nel cercare di dimostrare l'innocenza delle infermiere. Affidarsi
al sistema giudiziario bulgaro o alla comunità internazionale – con le sue
numerose e diverse priorità – sarebbe a suo avviso un errore, afferma Chukov
aggiungendo poi che la relazione speciale che esiste tra i socialisti bulgari ed
il governo libico non sarà comunque d'aiuto.
Un'eventuale negoziazione aumenterebbe a suo avviso la possibilità che alle
infermiere venga inflitta una pena minore e potenzialmente possano essere
trasferite in un carcere bulgaro.
Mirolyuba Benatova, giornalista di bTV, ha un'opinione del tutto contraria. A
suo avviso infatti anche se la Bulgaria decidesse di negoziare non è chiaro con
chi lo dovrebbe fare dato che i genitori delle vittime sono divisi in merito a
cosa vogliono. Chi è coinvolto nella questione è lo stato libico e non i
genitori delle vittime, opinione condivisa anche da Zdravko Georgiev.
"Queste persone [i genitori] non hanno mai ritenuto noi fossimo colpevoli. Per
anni è venuta gente a trovare le infermiere per dare loro supporto. Vi sono
rappresentanti dello stato che li stanno indottrinando" ha affermato in
un'intervista a Balkan Crisis Report, BCR.
"Il mondo intero sa che siamo innocenti, e questa è la cosa che conta di più per
me".
Chukov ritiene che le cittadine bulgare sono in una situazione molto pericolosa.
"Gheddafi non farà mai un passo indietro" ha affermato "è fiero della giustizia
libica ed è convinto sia la migliore possibile, è una questione di orgoglio
nazionale".
Autore:
Albena Shkodorova
Fonte:
IWPR - Osservatorio sui Balcani
LIBIA:
RINVIO APPELLO PER PENA MORTE INFERMIERE BULGARE
15.11.2005
La corte suprema di Tripoli prende tempo e rinvia al 31 gennaio la scottante
decisione sulla sorte delle cinque infermiere e del medico palestinese
condannati a morte nel maggio del 2004 con l'accusa di aver contagiato
volontariamente con il virus dell'aids 426 bambini, una cinquantina dei quali
morti a causa delle trasfusioni infette, dell'ospedale pediatrico di Bengasi
(Nord Libia). Dopo una breve seduta il presidente della corte, il giudice Ali
al-Alous, ha annunciato il rinvio, chiesto dal procuratore generale, della
decisione sulla ricevibilità del ricorso in appello presentato dalla difesa.
“È una decisione senza precedenti che prova la solidità delle prove fornite
dalla difesa”, ha affermato Othmane al-Bizanthi, uno degli avvocati delle
infermiere bulgare. “Il procuratore generale ha tenuto conto degli argomenti
della difesa secondo cui le testimonianze erano state estorte sotto tortura”, ha
aggiunto Amin Dibh, un altro legale della difesa. Proprio alla vigilia
dell'attesa sentenza l'associazione per i diritti umani, Human Rights Watch (HRW)
aveva rivolto un appello alle autorità giudiziarie libiche perché annullassero
la condanna alla pena capitale ricordando che quattro dei sei imputati hanno
dichiarato di essere stati costretti a confessare sotto tortura.
Il ricorso in appello si basa principalmente sulle testimonianze giurate di Luc
Montagnier, uno degli scopritori del virus dell'aids, e del professore italiano
Vittorio Colizzi che hanno indicato come i contagi di Aids siano esplosa prima
dell'arrivo delle infermiere a causa delle scarse condizioni igieniche
dell'ospedale. E mentre centinaia di famigliari dei bambini hanno manifestato la
loro rabbia per la decisione della corte lanciando pietre contro il tribunale al
grido di “Morte agli assassini”, “impiccateli”, “la vita dei nostri bambini vale
di più di quella di un bulgaro”, le autorità di Sofia esprimono la loro
preoccupazione per l'ulteriore prolungamento della detenzione delle infermiere,
in carcere dal 1999.
“Siamo estremamente preoccupati, sono allo stremo delle loro forze psichiche e
fisiche”, ha dichiarato il portavoce del ministero bulgaro degli affari esteri,
Dimitar Tsantchev sottolineando ancora una volta il netto rifiuto della Bulgaria
ad un risarcimento delle famiglie invocato dalla Libia per commutare la pena.
“Le infermiere bulgare sono innocenti, accettare di pagare un indennizzo
equivarrebbe ad un'ammissione della loro colpevolezza e ciò é inconcepibile”, ha
aggiunto.
Soddisfazione anche della commissaria europea alle relazioni esterne Benita
Ferrero-Waldner che in un comunicato ha espresso fiducia nel sistema giudiziario
libico “perché giustizia sia fatta” definendo “un passo utile” il rinvio deciso
dalla Corte Suprema, che riapre le speranze sul caso che rischia di intaccare
pesantemente l'immagine della Libia alla ricerca di una nuova affermazione sulla
scena internazionale da quando il colonnello Muammar Gheddafi ha annunciato
l'abbandono delle armi di distruzione di massa.
A Bruxelles le voci che parlano della possibilità di una moratoria
sull'applicazione della pena capitale nel paese maghrebino, ventilata nei mesi
scorsi dallo stesso Gheddafi, sono accolte con favore, mentre si intravedono
possibilità di nuove trattative tra le autorità bulgare e la Libia. Nel quadro
del piano anti-aids dell'Unione Europea, una ONG bulgara ha già acquistato in
settembre materiale medico per l'ospedale di Bengasi per un valore di un milione
di euro, secondo quanto dichiarato ieri dal Ministro bulgaro degli affari esteri
Ivailo Kalfin.
Fonte: ANSA
LIBIA:
INFERMIERE, PARLAMENTO BULGARO APPROVA DICHIARAZIONE
16.11.2005 - Sofia
Il Parlamento bulgaro ha approvato oggi a Sofia una dichiarazione in merito
alla decisione della corte suprema di Tripoli di rinviare al 31 gennaio prossimo
la decisione sulla sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico
palestinese condannati a morte nel maggio del 2004 con l'accusa di aver
contagiato volontariamente con il virus dell'Aids 426 bambini libici
nell'ospedale pediatrico di Bengasi.
“È fuori discussione che la tragedia dei bambini libici é stata causata dai
profondi problemi nella sanità pubblica in Libia e che le infermiere bulgare
sono completamente innocenti”, si legge nella dichiarazione. I deputati bulgari
si sono rivolti a tutte le istituzioni statali e alle organizzazioni non
governative affinché tutti “raddoppino gli sforzi per far garantire i diritti
umani, la libertà e la dignità delle infermiere bulgare”.
Fonte: ANSA
LIBIA:
INFERMIERE BULGARE, SOFIA SPERA IN POSSIBILE ACCORDO
29.11.2005 - Sofia
I giornali di Sofia danno oggi grande risalto alle dichiarazioni del ministro
degli esteri della Libia, Abderrahman Chalgham, riguardo ad un possibile
annullamento della condanna a morte per diffusione dell'Aids di cinque
infermiere bulgare e un medico palestinese in cambio con aiuti umanitari. “Le
condanne a morte delle cinque infermiere bulgare potrebbero automaticamente
essere levate in cambio di un aiuto umanitario alle famiglie dei bambini
infettati dall'Aids”, ha detto Chalgham ai giornalisti dopo i colloqui con il
suo omologo bulgaro, Ivailo Kalfin, nell'ambito del summit Euromed a Barcellona.
Il 15 novembre scorso la corte suprema di Tripoli ha rinviato al 31 gennaio 2006
la scottante decisione sulla sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico
palestinese condannati a morte nel maggio del 2004, con l'accusa di aver
contagiato volontariamente con il virus dell'Aids 426 bambini, una cinquantina
dei quali già morti a causa delle trasfusioni infette dell'ospedale pediatrico
di Bengasi.
Il ministro degli esteri libico ha precisato che il suo paese si aspetta “un
gesto umanitario” da parte di Sofia, anche se l'ultima parola sulla sorte delle
bulgare “spetterà alla Corte suprema”. Le autorità bulgare hanno sempre respinto
la possibilità di compensazioni per liberare le infermiere perché un tale passo
equivarrebbe a riconoscere la loro colpevolezza.
Il ricorso in appello si basa infatti principalmente sulle testimonianze giurate
di Luc Montagnier, uno degli scienziati che scoprì il virus dell'Aids, e del
professore italiano Vittorio Colizzi che hanno ricordato come i contagi di Aids
siano esplosi quasi un anno prima dell'arrivo delle infermiere bulgare nel 1999,
a causa delle scarse condizioni igieniche dell'ospedale. Inoltre, durante
l'intero processo iniziato nel 2000, le imputate bulgare si sono sempre
dichiarate innocenti, denunciando di aver subito torture per confessare di
essere colpevoli.
Nel corso degli anni le autorità bulgare si sono impegnate a fondo per aiutare
la difesa delle infermiere coinvolgendo anche gli ambienti politici di diversi
Paesi, in primo luogo Usa e Gran Bretagna, affinché fosse garantita trasparenza
e imparzialità del processo.
Fonte: ANSA
LIBIA:
TANA DE ZULUETA CHIEDE CHE IL GOVERNO ITALIANO FERMI LA MODERNA “CACCIA ALLE
STREGHE”
02.12.2005 - Roma
"Quali misure intende adottare il governo italiano, anche in virtù delle sue
relazioni con il governo di Tripoli, per fermare “la caccia alle streghe”, in
atto in Libia, nei confronti delle cinque infermiere bulgare, condannate a morte
con l'accusa di aver infettato deliberatamente 426 bambini con il virus de
HIV?". E' quanto chiede la senatrice dei Verdi in un'interrogazione, indirizzata
al ministro degli Esteri, in merito alla vicenda delle infermiere arrestate il 9
febbraio 1999, condannate a morte nel 2004 e sottoposte, ancora oggi, a causa di
un diffuso pregiudizio popolare, a numerosi maltrattamenti e a forme di tortura,
come ad esempio scariche di elettroshock .
"La condanna alla pena capitale - spiega l'esponente del “Sole che ride” - non è
suffragata da alcuna prova di colpevolezza, ma solo dalla propaganda della
leadership politica e dai mezzi di informazione libici che hanno fatto delle
infermiere il capro espiatorio dei numerosi casi di sieropositività riscontrata
su bambini ricoverati nelle fatiscenti strutture sanitarie nazionali.
Varie ricerche mediche internazionali effettuate presso l'ospedale Al-Fateh di
Benghazi, in Libia, hanno portato all'unanime denuncia delle pessime condizioni
in cui vengono eseguite le normali attività sanitarie come, ad esempio,
l’utilizzo degli stessi ferri operatori per diversi pazienti, senza l'opportuna
sterilizzazione.
Il caso - sottolinea la senatrice - ha provocato tensioni nelle relazioni
diplomatiche tra la Bulgaria e la comunità internazionale, da una parte, e la
Libia dall’altra, accentuate dalla richiesta libica di un risarcimento economico
di 10 milioni di dollari in favore delle famiglie di ogni bambino infettato
nell’ospedale di Benghazi in cambio della liberazione dei condannati. “Richiesta
di riscatto” rifiutata dal governo bulgaro.
Inoltre, il processo a cui sono stati sottoposti gli indagati è stato condannato
sia da Ong e associazioni umanitarie, che da Unione Europea e Stati. Lo stesso
Presidente George W. Bush ha dichiarato ufficialmente alle autorità libiche che
“le infermiere non devono solo essere risparmiate, ma liberate quanto prima.
In particolare, - conclude la senatrice De Zulueta - chiedo al governo italiano
la piena attuazione della raccomandazione dell'Assemblea Parlamentare del
Consiglio d’Europa (PACE) n.1726 del 6 ottobre 2005, che chiede l’immediato
rilascio dei condannati, il rispetto dei diritti umani da parte delle autorità
libiche e il più ampio coinvolgimento delle istituzioni internazionali e
nazionali".
Fonte: ecquologia.it
PROSEGUE LA MOBILITAZIONE PER SALVARE LA VITA ALLE INFERMIERE BULGARE IN LIBIA
03.12.2005 - Reggio Emilia
Il 30 novembre scorso è stata celebrata la IV giornata mondiale delle “Città
contro la pena di morte”, promossa in Italia nel 2002 dalla Comunità di Sant’Egidio.
Hanno aderito circa 400 città in tutto il mondo, fra cui anche Reggio Emilia,
dove era presente il portavoce dell’associazione Insieme contro la pena di morte
(ECPM), Michel Taube.
L’ECPM è un’associazione francese nata nel 2000 che partecipa attivamente nella
lotta per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Una delle
iniziative che ECPM sta promuovendo in questo momento è la sensibilizzazione
dell’opinione pubblica europea sul tema delle infermiere bulgare e del medico
palestinese condannati a morte in Libia.
La sala Tricolore ha ospitato l’iniziativa, che ha visto l’adesione di 50
associazioni locali. Si sono susseguiti gli interventi dell’Assessore alla
Cultura G. Catellani, le letture di Amanda Sandrelli e la proiezione del film
“Non vale la pena. La ballata della morte” (2002, con Arnoldo Foà).
L’intervento principale della serata è stato quello di Michel Taube che ha detto
che la battaglia contro la pena di morte è una battaglia giovane, che si è
estesa a livello internazionale da non più di 6-7 anni e nella quale gli
italiani sono fra i più attivi al mondo. Un fatto curioso è che il primo stato
che ha abolito la pena di morte è stata il Granducato di Toscana il 30 novembre
1797, da cui la scelta della data del 30 novembre quale giornata mondiale contro
la pena di morte. In Italia la pena di morte è stata abolita nel 1945 assieme ad
altri 17 paesi mentre in Francia si è dovuto aspettare fino al 1981, quando
François Mitterand venne eletto presidente. Attualmente sono 98 gli stati al
mondo che hanno abolito la pena di morte.
Il numero delle condanne e delle esecuzioni tendono a diminuire. I paesi dove
maggiormente si ricorre a questo strumento barbarico sono Cina, Iran, Vietnam e
USA, dove la pena capitale è stata reintrodotta circa 30 anni fa. Ci sono per
esempio 8 paesi che prevedono ancora la pena capitale per il reato di
omosessualità e circa due settimane fa in Iran è stata eseguita la condanna su
due omosessuali.
Altre vittime predilette sono le donne: sempre in Iran il reato di adulterio
prevede le bastonate per gli uomini e la pena capitale per le donne. Esistono
ancora paesi africani e asiatici dove vengono condannati a morte malati di mente
e minorenni, mentre solo nel marzo di quest’anno la Corte Suprema statunitense
ha dichiarato incostituzionale la pena di morte per i reati commessi in stato di
minore età. Senza dubbio, secondo Taube, a questa decisione ha contribuito la
pressione dell’opinione pubblica statunitense e mondiale. Quindi ciascuno di noi
può contribuire a questa battaglia. Ne è la prova anche l’abbattimento del
regime di Apartheid in Sud Africa.
Una notizia preoccupante invece proviene dalla Polonia, uno dei paesi di recente
adesione alla UE il cui Parlamento ha rigettato nel dicembre 2004 un progetto
che prevedeva la reintroduzione della pena capitale con soli 3 voti di scarto.
La lotta è quindi tutt’altro che completata.
Che cosa può fare la città di Reggio Emilia? Michel Taube si è
congratulato con la scelta del Comune di gemellarsi 4 anni fa con la città
texana di Fort Worth, stato dove è prevista la pena di morte. Secondo il
portavoce di ECPM è meglio dare un sostegno degli abolizionisti texani affinché
non rimangono isolati nel proprio paese piuttosto che boicottare il Texas come
invece propongono alcuni strati della popolazione reggiana. Sono previsti scambi
fra le scuole superiori reggiane e texane. “Se anche un solo studente tornasse a
casa (negli USA) con l’idea di combattere la pena di morte, sarebbe un successo”
- ha detto Michel Taube.
Un caso concreto su cui lavora ECPM insieme all’Associazione Bulgaria-Italia è
la sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana sul caso delle 5 infermiere
bulgare e il medico palestinese condannati a morte in Libia. ECPM ha lanciato un
appello in Francia e ha organizzato una manifestazione a Parigi e a Bruxelles il
14 novembre, la data del processo di appello che è stata rinviata al 31 gennaio.
ECPM si sta muovendo in diversi paesi per organizzare una mobilitazione in tutta
l’Europa che prevede 3 fasi:
- la sottoscrizione del loro appello per la liberazione delle infermiere
direttamente sul loro sito (L’associazione Bulgaria-Italia ha già tradotto
l’appello ed e nei prossimi giorni sarà inserito un link sul sito
www.bulgaria-italia.com che rinvii direttamente alla pagina dell’associazione
francese. Al momento sono state raccolte più di 22.000 firme)
- una giornata di solidarietà negli ospedali, Facoltà di medicina, Scuole per
infermiere e tutti i luoghi legati alla Sanità il 19 gennaio 2006 in
contemporanea in tutti i paesi dove la mobilitazione viene organizzata: Francia,
Bulgaria, Belgio, Italia. Sono previsti 5 minuti di raccolta alle ore 12 e
lettura dell’appello per la liberazione delle infermiere, nonché la raccolta di
firme.
- il 30 gennaio la petizione firmata verrà consegnata all’Ambasciata libica a
Parigi dall’associazione ECPM.
L’associazione Bulgaria-Italia spera che il Comune di Reggio Emilia prenda a
cuore il caso delle infermiere bulgare e dia tutta la collaborazione necessaria
affinché venga organizzata la mobilitazione in Italia. Al momento
all’organizzazione lavorano ECPM stessa, Avvocati senza frontiere, sezione
Parigi, Osservatorio marocchino delle prigioni e la Regione Bassa Normandia. In
Italia il ruolo è stato attribuito all’Associazione Bulgaria-Italia.
Autore: Milena Kotseva [Associazione Bulgaria-Italia]
LIBIA:
INFERMIERE BULGARE, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE
08.12.2005
Dopo quasi sette anni di prigione, torture e violenze, le cinque infermiere
bulgare e il medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004,
aspettano la decisione finale della corte suprema di Tripoli. Un’attesa
straziante, che coinvolge le loro famiglie, colleghi e connazionali,
associazioni e istituzioni mondiali come l’Amnesty International e l’Onu. Il 31
gennaio 2006 è la data in cui si dovrà conoscere la sorte dei detenuti accusati
di aver infettato premeditatamente con il virus dell’Hiv oltre 400 bambini
libici. In più di un modo è stata dimostrata la loro innocenza, ma l’autorità
libica finora non ha preso in considerazione i dati forniti dalla controparte.
Da molti anni professionisti della Bulgaria si recano in Libia, priva di
sufficiente personale medico-sanitario. Gli stipendi sono molto più alti di
quelli percepiti in gran parte dei paesi dell’Est. Durante i mandati, di solito
biennali, è possibile guadagnare quasi interamente la somma necessaria per
acquistare un appartamento in Bulgaria.
Il 9 febbraio 1999 a Bengasi vengono arrestati 23 cittadini bulgari. Infermieri
e medici arrivati nel paese africano per motivi di lavoro. 17 vengono liberati
non molto tempo dopo, ma per sei persone inizia un incubo destinato a durare.
Gli sfortunati sono il medico Zdravko Georgiev e le infermiere Cristiana
Balcheva, Nasia Nenova, Valentina Siropulo, Valia Cherveniashka e Snezhana
Dimitrova. Zdravko Georgiev è stato condannato a quattro anni di reclusione,
pena per aver violato le norme valutarie del paese. Il medico ha trascorso
cinque anni in prigione ed è stato liberato, ma non gli è tuttora consentito di
lasciare lo stato. Secondo le autorità libiche le infermiere sono invece tutte
colpevoli di aver infettato 426 bambini dell’ospedale pediatrico di Bengasi,
circa cinquanta dei quali sono già morti. In Libia questo è un reato punibile
con la pena capitale.
Sui motivi che starebbero dietro al cruente gesto, i libici hanno sostenuto
diverse ipotesi, tutte caratterizzate dal medesimo filo conduttore: un complotto
contro il popolo libico. Durante la conferenza mondiale sull’Aids dell’aprile
2001 è il leader Muammar Gheddafi a spiegare quale sarebbe stato il diabolico
movente delle cinque infermiere. “E’ stato chiesto loro di sperimentare gli
effetti dell’Hiv sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito?
Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad” (il servizio segreto israeliano).
Il processo ha inizio in modo più concreto solo il 2 giugno del 2001. L’accusa
si basa su confessioni di colpevolezza ottenute sotto tortura, smentite in
seguito dagli stessi detenuti. Si è parlato di contenitori con campioni di siero
infetto trovati nelle abitazioni dei prigionieri, ma questi non sono mai stati
messi a disposizione per un esame da parte della difesa. Come se non bastasse,
fanno da contorno imputazioni meno gravi che vedono alcune delle donne colpevoli
di relazioni sessuali illecite, di produzione e consumo in pubblico di alcool.
In occasione dell’udienza di luglio 2004, 20 giorni prima dell’incontro in aula,
il governo libico fornisce alla difesa 218 pagine in lingua araba di motivazioni
per la condanna. Ciò nonostante il 5 luglio gli avvocati sono pronti a sostenere
e motivare l’innocenza delle proprie clienti. Le prove sono fornite dalle
testimonianze di Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell’Aids, e
quelle del virologo italiano Vittorio Coalizzi. I due scienziati, incaricati
dall’Unesco, esaminano il caso recandosi all’ospedale Al-Fatih di Bengasi nel
2002. Viene eseguito un esame genetico del virus, mettendo a confronto il sangue
conservato di bambini infettati in anni diversi: nel 1997, nel 1998, nel 1999 e
nel periodo successivo all’arrivo delle infermiere nell’ospedale di Bengasi. Le
indagini dimostrano che i primi casi di infezione risalgono al 1996 - 1997, cioè
molto prima che i processati giungessero in Libia. Il virus ha le medesime
caratteristiche in ogni campione esaminato, caratteristiche tra l’altro tipiche
dell’Africa centrale e occidentale. Non può essere stato importato da altre aree
geografiche come sostengono invece le autorità libiche. Le cause del propagarsi
dell’epidemia sono da ricercarsi, secondo i due scienziati, nelle scarse
condizioni igieniche dell’ospedale. La relazione da loro stilata avrebbe dovuto
sopprimere i sospetti che hanno trasformato la vicenda in una cospirazione, ma
di queste prove finora i giudici libici non hanno tenuto conto. Anche altri
scienziati hanno dato il loro contributo per la soluzione della delicata
vicenda.
Dopo numerosi rinvii del processo, la corte di Tripoli delibera la sentenza: le
infermiere saranno fucilate. Per fortuna questo non accade nella data
prestabilita e ancora una volta si attende con il fiato sospeso la decisione
finale, che forse arriverà il 31 gennaio 2006.
La Libia ha cercato di risolvere la questione negoziando. In cambio dei sei
prigionieri ha inizialmente voluto il rilascio dell’ufficiale libico condannato
per l’attentato all’aereo americano Lockerbie. Poi ha deciso di chiedere il
risarcimento da parte della Bulgaria per le famiglie dei bambini rimasti vittime
dell’epidemia. Il governo bulgaro ha rifiutato ogni forma di baratto. “Le
infermiere sono innocenti, - ha dichiarato il portavoce del ministro bulgaro
degli affari esteri, Dimitar Tsantchev – accettare di pagare un indennizzo
sarebbe come ammettere la loro colpevolezza e questo è inconcepibile”.
L’eventuale esecuzione della condanna a morte rischia di compromettere
fortemente l’immagine della Libia, che è alla ricerca di una migliore posizione
sulla scena internazionale. Con l’abbandono delle armi di distruzione di massa e
l’ammissione delle responsabilità per l’attentato di Lockerbie si è avviato un
processo di avvicinamento della Libia all’Europa. L’esito dell’attuale vicenda
avrebbe il potere di accorciare le distanze o di creare un divario insuperabile.
Il Governo libico deve fare i conti anche con i famigliari dei bambini che hanno
manifestato la loro rabbia contro il rinvio al 2006 della fatidica decisione
della corte. Hanno lanciato pietre contro il tribunale gridando “morte agli
assassini”, “impiccateli”, “la vita dei nostri bambini vale più di quella di un
bulgaro”. Di tali reazioni sono in gran parte responsabili i media libici che da
ormai troppo tempo sono strumento di divulgazione dell’odio contro gli ipotetici
assassini dei bambini sieropositivi di Bengasi. Diversa la posizione del figlio
di Gheddafi, Seif Al Islam: “Le autorità libiche devono ammettere la propria
responsabilità relativamente al dilagare dell’epidemia. Io personalmente non
credo nella colpevolezza delle infermiere”.
Numerosissimi sono stati gli appelli, in ogni parte del mondo, di liberare lo
staff medico arrestato. A Parigi si è tenuto un meeting per sollecitare
l’annullamento delle condanne a morte. A capo dell’iniziativa ci sono le
associazioni “Avvocati senza frontiere”, “Insieme contro la pena di morte”,
nonché l’associazione degli studenti bulgari che abitano in Francia. Si
raccolgono firme per la liberazione dei condannati. Ad oggi il numero delle
persone che hanno firmato è superiore a 22.000. Nei giorni a ridosso della data
in cui la Corte di Tripoli avrebbe dovuto pronunciarsi, nelle chiese e negli
ospedali della Bulgaria sono state tantissime le azioni a sostegno delle
infermiere rinchiuse. Non sono mancati mobilitazioni e appelli da parte dei
governi di diversi stati, primo tra tutti l’America. Le speranze sono che una
forte mobilitazione internazionale possa portare a una giusta decisione il
prossimo 31 gennaio.
Nel frattempo l’Unione Europea, che segue con attenzione la vicenda, ha attivato
il piano d’azione per gli aiuti umanitari. L’ospedale di Bengasi è stato munito
di personale, apparecchiature moderne, medicinali e strumenti necessari per
curare i malati di Aids.
Autore: Antonia Ilinova
LIBIA:
PROCESSO DA RIFARE ALLE INFERMIERE BULGARE ACCUSATE DI AVER DIFFUSO L'HIV
25.12.2005
Sofia e Bruxelles non nascondono la loro soddisfazione. La decisione della
Corte suprema libica di rifare il processo al medico palestinese e alle cinque
infermiere bulgare condannate a morte nel maggio 2004 con l'accusa di aver
iniettato il virus dell'Aids a 426 bambini libici potrebbe preludere ad una
imminente conclusione della vicenda che ha mobilitato per mesi la comunità
internazionale.
All'apertura dei giudici libici avrebbe contribuito una telefonata del
presidente di turno dell'Unione europea Blair al leader libico Gheddafi e
l'accordo per la creazione di un fondo internazionale destinato ai bambini
malati e alle famiglie delle vittime. Tra i parenti dei piccoli contaminati c'è
pero chi grida allo scandalo.
La decisione di rifare il processo alle infermiere e al medico palestinese viene
vissuta come un cedimento alle pressioni operate da Stati Uniti e Unione
Europea. Bruxelles da mesi si spende in un difficile ruolo di mediazione
cercando di blandire Tripoli impegnata a rifarsi una legittimità internazionale
dopo gli anni bui in cui Gheddafi veniva identificato, da Washington in
particolare, come uno dei leader dei cosiddetti Stati canaglia.
L'avvocato dei sei accusati ha annunciato che già il mese prossimo richiederà la
liberazione dei propri assistiti.
Fonte: Euronews
BULGARIA-LIBIA: CITTADINO BULGARO RIVELA TORTURE A 5 INFERMIERE
17.05.2006
Un cittadino bulgaro, detenuto in Libia assieme alle cinque infermiere
bulgare e il medico palestinese condannati per aver trasfuso sangue infetto a
circa 400 bambini in un ospedale pediatrico, afferma di essere stato testimone
di torture inflitte alle sue connazionali.
"Le infermiere sono state picchiate a lungo con un grosso cavo. In seguito, sono
state obbligate a correre, a strisciare e a rimanere in piedi su una gamba con
le braccia alzate", ha dichiarato Smilian Tatchev in un'intervista a "Troud", il
maggiore quotidiano del paese. Tatchev dice di aver trascorso 174 giorni nello
stesso carcere delle infermiere bulgare e che una di loro gli ha raccontato di
aver ricevuto degli elettrochoc e di essere stata nutrita tramite una sonda
collegata a una sedia. "Ad un'altra, incapace di nutrirsi autonomamente,
prendono delle crisi fortissime ogni volta che la porta della sua cellula si
richiude", ha rivelato ancora Tatchev.
Le cinque infermiere bulgare sono state condannate in prima istanza alla pena
capitale nel maggio del 2004 insieme al medico palestinese per la morte di 51
bambini: secondo l'accusa avrebbero trasfuso sangue infetto ad almeno 426
pazienti di un ospedale infantile. La Corte Suprema di Tripoli si è già
pronunciata contro la sentenza: ora si attende il processo di appello che
dovrebbe aprirsi l'11 maggio prossimo a Tripoli. A favore della grazia si è
espressa anche l'Unione Europea, che insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna e
Bulgaria ha aderito a un fondo internazionale per la lotta all'aids in Libia.
Fonte: AGE
LIBIA: PROCESSO AIDS, BULGARI RIPETONO “SIAMO INNOCENTI”
20.06.2006 - Tripoli
Continuano a proclamare la loro innocenza le cinque infermiere bulgare e il
medico palestinese accusati dalla Libia di aver contagiato volontariamente con
il virus dell'Aids 426 bambini dell'ospedale pediatrico di Bengasi (Nord Libia),
52 dei quali sono morti e altri 50 si trovano in gravi condizioni. Lo ha fatto a
nome di tutti gli imputati, Ashraf Ahmad Jum'a, il medico palestinese, che ha
chiesto la parola nel corso dell'udienza di oggi, la terza del nuovo processo
ordinato il 25 dicembre dalla Corte suprema annullando in pratica la condanna a
morte che pesava sui sei imputati dal 6 maggio 2004. Il medico ha affermato
nuovamente di essere stato torturato in una caserma di polizia dove era presente
un'unità cinofila, ma é stato immediatamente bloccato dal presidente del
tribunale. La difesa ha sempre sostenuto che gli imputati, in carcere dal 1999,
hanno confessato sotto tortura ma i poliziotti accusati sono stati processati e
assolti.
L'udienza di oggi, aggiornata al 4 luglio, é stata incentrata sulla richiesta
della difesa di nominare una commissione di esperti internazionale per valutare
le reali condizioni dell'ospedale di Bengasi, vera causa del contagio secondo le
testimonianze giurate del professore francese Luc Montagnier, uno degli
scopritori del virus dell'aids, e dell'italiano Vittorio Colizzi, presentate da
tempo dagli avvocati degli imputati. Il pubblico ministero ha respinto tale
richiesta affermando che “una commissione nazionale é assolutamente
all'altezza”. Uno degli avvocati della difesa, Othmane al Bizanti, ha contestato
la presenza nella commissione libica di un membro di quello stesso ministero
della sanità responsabile della situazione igienico-sanitaria degli ospedali
libici.
Le famiglie libiche reclamano un risarcimento di 10 milioni di dollari per ogni
bambino contagiato, stessa cifra pagata dalle autorità libiche per le vittime
dell'attentato di Lockerbie di cui Tripoli si é assunto la responsabilità dando
al via a quel miglioramento dei rapporti internazionali, in particolare con gli
Stati Uniti, che ha portato al recente annuncio di Washington ad un ritorno a
“piene” e “normali” relazioni diplomatiche con la Libia. L'ipotesi di un
risarcimento é stata respinta ufficialmente dalle autorità di Sofia, visto come
un'ammissione di colpevolezza delle infermiere, ma un fondo internazionale
destinato ad aiutare la Libia nella lotta all'Aids é stato costituito in
dicembre dalla Bulgaria, in partenariato con l'Unione Europea, gli Stati Uniti e
la Gran Bretagna.
Autore: Antonella Tarquini
Fonte: ANSA
IL PM LIBICO: "PENA DI MORTE PER LE 5 INFERMIERE BULGARE"
30.08.2006 - Tripoli
Il pubblico ministero del tribunale di Bengasi ha chiesto ieri la pena di
morte per le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese nel nuovo
processo in cui sono accusati di aver infettato con il virus 426 bambini libici,
51 dei quali sono morti.
«Le prove ci sono e dopo la confessione degli imputati e le dichiarazioni dei
testimoni - ha affermato il pm - chiedo la pena estrema, la pena capitale». Le
infermiere e il medico erano già stati condannati a morte nel maggio 2004 in un
primo processo del quale era stata però ordinata la ripetizione nel dicembre
scorso in seguito al ricorso degli imputati e alle pressioni della Bulgaria e
della comunità internazionale.
«La verità trionferà, Inch'allah», ha urlato dalla gabbia il medico palestinese
prima di essere portato via. «Spero - ha detto una delle infermiere - che questa
farsa finisca presto, non ce la facciamo più».
Il processo d'appello è stato aggiornato al 5 settembre prossimo (ndr).
Fonte: Il Giornale
AIDS, APPELLI ALLA LIBIA PER LIBERARE I PRIGIONIERI
30.10.2006
Rilasciateli, perché sono innocenti. L'appello, firmato tra gli altri da
Robert Gallo e Luc Montagnier, è stato pubblicato venerdì scorso sulla rivista
americana Science. Gli innocenti sono cinque infermiere bulgare e un medico
palestinese da otto anni in carcere in Libia, accusati di aver deliberatamente
infettato con il virus Hiv dell'Aids oltre 400 bambini presso l'ospedale
Al-Fateh di Bengasi. Il secondo e ultimo processo si conclude domani, 31
ottobre. Il verdetto verrà emanato nel giro di qualche giorno o di qualche
settimana. E potrebbe essere di morte. Per questo la New York Academy of Science,
la Federazione europea delle accademie di medicina, le riviste Nature e Science,
e una costellazione di gruppi e singole persone in tutto il mondo si sono
mobilitate: liberateli, perché sono innocenti. Ma perché i sei sono finiti in
carcere? E perché la comunità scientifica e medica internazionale è convinta
della loro innocenza?
Tutto inizia nel 1998, quando a Bengasi, presso l'ospedale Al-Fateh, viene
denunciata la presenza di un numero davvero eccessivo di bambini infetti da Hiv.
Un'indagine libica, condotta tra il 2000 e il 2001, ne conta oltre 400. I
sospetti cadono su cinque infermiere bulgare e un medico palestinese reclutate
dal governo per aiutare la sanità del paese: avrebbero deliberatamente infettato
i ragazzi. È lo stesso leader libico, Gheddafi, ad accusarli, con un discorso
tenuto al vertice sull'Aids che si tiene ad Abuja in Nigeria: i sei farebbero
parte di una cospirazione internazionale volta a destabilizzare la Libia.
Condotti davanti al giudice, vengono condannati a morte nel maggio 2004 dal
tribunale di Bengasi sulla base di un rapporto stilato da una commissione
sanitaria. Ma la vicenda è tutt'altro che chiara. Tanto che nel dicembre 2005 la
Suprema Corte della Libia ordina la ripetizione del processo, anche se a
giudicare sarà il medesimo tribunale penale che ha stabilito la prima condanna.
Un tribunale che ha ordinato anche un'inchiesta intemazionale, affidandola al
francese Luc Montagnier e all'italiano Vittorio Colizzi. Ma non ha mai preso in
esame i risultati di questa indagine.
Mentre proprio nelle scorse settimane la rivista Nature è entrata in possesso
del rapporto dei medici libici. È sulla base di questi due rapporti che, nella
comunità internazionale, è maturata la convinzione che i sei accusati sono del
tutto innocenti. O, comunque, che contro di loro non c'è alcuna prova.
Il rapporto dei medici libici, che è la fonte tecnica su cui si è fondata la
condanna degli imputati, a detta degli esperti che lo hanno letto, risulta del
tutto lacunoso. Mentre il rapporto di Vittorio Colizzi è stato giudicato molto
accurato da diversi e autorevoli specialisti in tutto il mondo. I risultati
dell'indagine del ricercatore italiano, come rileva Nature, sono inequivocabili.
In primo luogo l'epidemia di Aids tra i bambini dell'ospedale Al-Fateh di
Bengasi è iniziata nel 1997 (il primo caso è addirittura antecedente al 1996):
prima che il medico palestinese e le cinque infermiere bulgare entrassero in
Libia. Il virus che ha infettato i bambini è un ceppo ricombinante del sottotipo
A/G del tipo Hiv-1, noto per la sua aggressività e molto diffuso nell'Africa
centrale e occidentale: non un sottotipo sconosciuto, geneticamente modificato,
come adombrato dai medici libici. Quasi tutti i bambini infettati dall'Hiv,
risultano infettati anche da una costellazione di virus diversi delle epatiti B
e C: dunque, non possono essere stati infettati da un'unica sorgente. Non c'è
alcuna prova di una volontà deliberata di diffondere l'agente dell'Aids da parte
di chicchessia. Ci sono molti indizi, invece, che indicano in una forte carenza
di misure igieniche - soprattutto il riutilizzo di siringhe infette - la causa
dell'epidemia. Il rapporto di Vittorio Colizzi non è mai stato letto dai giudici
del tribunale di Bengasi, dove domani si chiude il dibattimento con un esito che
a molti appare scontato.
Autore: Pietro Greco
Fonte: L'Unità
CARO COLONELLO MUAMMAR AL-GHEDDAFI..
02.11.2006
Noi, premi Nobel per le scienze, siamo molto preoccupati per il processo in
corso a Tripoli contro le cinque infermiere bulgare, Valya Chervenyashka,
Snezhana Dimitrova, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Kristiana Valcheva, e il
medico palestinese Ashraf Ahmad Jum’a. Rischiano la pena di morte, accusati di
aver infetto 426 bambini con HIV nell’ospedale Al Fatah di Bengasi, nel 1998.
Prove scientifiche solide sono necessarie per stabilire la causa dell’infezione,
eppure quelle fornite da esperti internazionali non state ammesse finora dalla
Corte. (…)
Comprendiamo l’angoscia e il dolore dei genitori di questi bambini e la
difficile situazione in cui si trovano le autorità libiche nell’affrontare la
situazione. Tuttavia pensiamo che perché giustizia venga fatta, occorre che la
difesa possa svolgere il proprio lavoro.
Il 29 agosto, il procuratore ha richiesto di nuovo la pena di morte per i sei
imputati. La prossima e probabilmente l’ultima udienza è fissata per il 4
novembre e la sentenza verrà pronunciata poco dopo. Chiediamo alle autorità
prediposte di prendere le misure necessarie perché le prove siano esaminate.
Per fare giustizia e garantire un processo equo, riteniamo necessario che
- gli avvocati della difesa abbiano la possibilità di convocare e di interrogare
testimoni a favore degli imputati, nelle stesse condizioni previste per i
testimoni a sfavore, e che
- le autorità preposte chiedano a esperti di AIDS di reputazione internazionale
di esaminare le prove relative alle cause dell’infezione dei bambini con HIV, e
di riferirne alla Corte.
Sincerely yours,
Firmato: Richard Roberts e 113 premi Nobel.
Fonte: La Republica delle Donne
LIBIA: FISSATA AL 19 DICEMBRE SENTENZA INFERMIERE BULGARE
05.11.2006
È stata fissata per il 19 dicembre la sentenza in Libia contro le cinque infermiere bulgare e un medico palestinese accusati di aver contagiato con il virus dell'Hiv 400 bambini libici. Lo ha reso noto ieri la radio di Sofia, citando fonti giudiziarie di Tripoli. L'altroieri, 114 premi Nobel per la pace avevano rivolto un appello al leader libico Muammar Gheddafi affinché salvi la vita ai sei imputati, che al termine del processo di primo grado nel 2004 erano stati condannati a morte da un tribunale di Bengasi. Le cinque infermiere e il medico palestinese hanno sempre respinto le accuse.
Fonte: Il Manifesto
"NATURE" SCAGIONA INFERMIERI BULGARI CONDANNATI A MORTE
06.12.2006
Sulla rivista Nature esce oggi l'analisi molecolare dei virus coinvolti nei
casi di Hiv/Aids di oltre 400 bambini ricoverati nell'ospedale pediatrico di
Bengasi, in Libia. E l'analisi scagiona i sei operatori sanitari, cinque
infermiere bulgare e un medico palestinese, accusati di averli volontariamente
infettati nel 1998: tutti rischiano la pena di morte.
Il governo bulgaro ha ripetutamente detto di non credere affatto nella
colpevolezza dei propri medici e ha richiesto un processo equo. "I rapporti fra
Bulgaria e Libia - aggiunge il portavoce - sono sempre stati tradizionalmente
buoni"
Già il giorno di Natale dell'anno scorso le condanne a morte erano state
rinviate: la Corte Suprema libica stabilì che il processo era da rifare e,
accogliendo il ricorso degli operatori sanitari, chiese nuove indagini.
Erano stati infettati con il virus Hiv 426 bambini, una cinquantina dei quali
sono nel frattempo morti. Fonti mediche occidentali concordano nell'affermare
che con ogni probabilità il contagio era stato provocato dalle pessime
condizioni igieniche dell'ospedale. Ma gli inquirenti libici avevano subito
individuato come colpevole il corpo medico proveniente dall'estero (le bulgare e
il palestinese), che avrebbero ordito un complotto per uccidere i bambini.
L' udienza aggiornata del 4 luglio 2006 vide la richiesta della difesa di
nominare una commissione di esperti internazionale per valutare le reali
condizioni dell'ospedale di Bengasi, vera causa del contagio secondo le
testimonianze giurate del professore francese Luc Montagnier, uno degli
scopritori del virus dell'Aids, e dell'italiano Vittorio Colizzi, presentate da
tempo dagli avvocati degli imputati. Il pubblico ministero ha respinto tale
richiesta affermando che “una commissione nazionale é assolutamente
all'altezza”. Uno degli avvocati della difesa, Othmane al Bizanti, ha contestato
la presenza nella commissione libica di un membro di quello stesso ministero
della sanità responsabile della situazione igienico-sanitaria degli ospedali
libici.
Gli imputati, in prigione da sette anni, sostengono anche durante il processo
che la confessione da loro resa sia stata in realtà strappata sotto tortura.
Anche per questo le autorità bulgare, l'Unione europea e numerose organizzazioni
umanitarie erano intervenute e avevano cercato di esercitare pressioni sulla
Libia perché la sentenza fosse rivista.
Resi noti sulla rivista Nature, i risultati di quest'analisi molecolare condotta
dall'italiano Carlo Federico Perno del Dipartimento di Medicina Sperimentale e
Scienze Biochimiche dell'università di Roma Tor Vergata in collaborazione con
Giovanni Rezza dell'Istituto Superiore di Sanità, Vittorio Colizzi e Guido
Castelli Gattinara dell'ospedale Bambino Gesù, mostrano infatti che i ceppi
virali responsabili delle infezioni erano già circolanti nell'ospedale libico e
avevano già cominciato a infettare molti anni prima dell'arrivo delle cinque
infermiere bulgare e del medico palestinese.
Nel primo processo, poi annullato dalla Corte Suprema, era stata richiesta la
pena massima per gli imputati. Secondo questo studio scientifico, però, gli
operatori sanitari sono innocenti e si spera che le autorità libiche ne tengano
conto. Il 19 dicembre il verdetto definitivo del processo.
Fonte: RaiNews24
CONDANNE A MORTE: DICHIARAZIONE DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA
REPUBBLICA DI BULGARIA
19.12.2006 - Sofia
“Siamo estremamente preoccupati dalla sentenza giudiziaria odierna. Per
nostro enorme dispiacere, il Tribunale non ha preso in considerazione le
numerose prove d’innocenza delle infermiere bulgare. Non possiamo accettare una
sentenza che ignora i fatti estremamente chiari, comprovati anche dai risultati
più recenti delle ricerche dei rinomati esperti mondiali i quali respingono
qualsiasi legame tra il lavoro delle infermiere bulgare e l’epidemia di AIDS
nell’ospedale pediatrico di Bengazi. E’ evidente che la condanna fa tornare
indietro gli sforzi impiegati per la soluzione di questo caso straziante.
Negli ultimi anni il popolo bulgaro e la comunità europea hanno dimostrato una
grande compassione e solidarietà per il destino dei bambini infetti e le loro
famiglie. Noi abbiamo fatto e continueremo a fare tutto il possibile per trovare
il modo e i mezzi per il sollievo delle loro sofferenze e per prevenire simili
tragedie in futuro. Siamo grati per la compartecipazione di molti popoli e
governi a questi nostri sforzi.
Contemporaneamente, siamo fermamente convinti che qualsiasi legame tra questa
tragedia ed il lavoro delle infermiere bulgare ed il medico palestinese sia
assolutamente infondato e induce in errore il popolo libico e le famiglie
colpite.
Lo trascinare di questo processo per otto anni ormai è già un argomento
abbastanza forte che impone l’impegno delle istituzioni libiche e gli organi
dirigenti del Paese. Noi appelliamo fermamente alle Autorità libiche compreso il
sistema giudiziario di non rimandare più la definitiva soluzione di questo caso
e di permettere alle infermiere bulgare e al medico palestinese di ritornare nei
loro Paesi. Dopo otto anni di reclusione nel carcere libico tutti loro meritano
giustizia, una procedura giudiziaria onesta e breve.
Noi assicuriamo le nostre connazionali ed il medico palestinese che il Governo
bulgaro non risparmierà sforzi anche in futuro lottando per il loro diritto di
giustizia e per la conclusione di questo caso doloroso. Ringraziamo i nostri
partners, alla comunità internazionale, gli ambienti medici e scientifici, le
organizzazioni per i diritti umani ed altre organizzazioni non governative,
nonché i mass media mondiali per il fatto che si sono schierati accanto a noi in
sostegno della nostra causa. Appelliamo a tutti loro di continuare più
attivamente ancora questo appoggio fino al rientro delle infermiere bulgare e
del medico palestinese”.
Fonte: Ambasciata della Repubblica di Bulgaria
LA LIBIA HA CONFERMATO LA CONDANNA A MORTE PER LE CINQUE INFERMIERE
BULGARE E PER IL MEDICO PALESTINESE
19.12.2006 - Roma
Oggi, il 19 dicembre 2006, il Tribunale di Tripoli ha confermato la
condanna a morte per le cinque infermiere bulgare e per il medico palestinese,
accusati di aver contagiato con l’Aids 426 bambini nell’ospedale di Bengasi nel
1998.
Siamo inorriditi dalla sentenza del Tribunale di Tripoli riguardante il processo
contro le infermiere bulgare e il medico palestinese e riproviamo aspramente le
condanne a morte pronunciate nei loro confronti.
Siamo convinti che le infermiere bulgare ed il medico palestinese sono
innocenti, cosa che sostengono anche le testimonianze degli esperti scientifici
internazionali.
Esprimiamo la nostra seria preoccupazione per il modo con cui è stata condotta
l’istruttoria, compresi la privazione degli imputati anche del diritto di
ricevere qualsiasi difesa consolare e giuridica e l’uso di metodi impropri per
l’ottenere le confessioni.
Appelliamo alla comunità internazionale di condannare la sentenza del Tribunale
e di continuare a rivolgere appelli per trovare una soluzione del caso che porti
alla liberazione del personale medico imputato.
Il nostro Paese continua a sostenere gli sforzi indirizzati al miglioramento
delle condizioni sanitarie negli ospedali libici che, secondo noi hanno portato
a divampare l’epidemia, e di quelle volte al sollievo delle sofferenze dei
bambini e delle loro famiglie.
Il Governo bulgaro continuerà ad usare fermamente tutti i mezzi e meccanismi
possibili per garantire la liberazione degli imputati e il loro rientro in
Patria.
VITTORIO COLIZZI: “IL PROCESSO É UNA MONTATURA QUELL'OSPEDALE ERA GIÀ
INFETTO”
20.12.2006
“Una grossa montatura”. Vittorio Colizzi, immunologo all'università Tor
Vergata di Roma, non usa mezzi termini per definire il processo di Tripoli.
Incaricato nel 2002 dalla fondazione Gheddafi di una consulenza scientifica sul
caso insieme a Luc Montaigner (il virologo francese che ha scoperto il virus
dell'Aids), ha condotto diverse missioni a Bengasi per accertare le
responsabilità dell'infezione. Ma le conclusioni dei due studiosi, che
attestavano la sostanziale estraneità degli accusati, non sono state apprezzate
dai libici. Nel primo processo, il rapporto di Colizzi e Montaigner é stata
acquisito agli atti, ma non ha avuto alcun peso nella decisione finale. Nel
secondo, non é stato neanche preso in considerazione. Il che ha spinto i due a
pubblicarlo, arricchito di dati, sulla rivista Nature.
Professor Colizzi, come siete arrivati alla conclusioni del vostro rapporto?
Due evidenze epidemiologiche dimostrano la totale infondatezza delle accuse
mosse agli imputati. Innanzi tutto, i bimbi erano infettati da più virus: molti
di loro avevano anche l'epatite B e l'epatite C. Il che dimostra che l'infezione
non poteva essere avvenuta con un singolo inoculo, ma che era stata determinata
da successive trasfusioni in condizioni di scarsa igiene. La seconda é che anche
due infermiere libiche che lavoravano nell'ospedale di Bengasi erano risultate
sieropositive. Ora, se é possibile inoculare di nascosto il virus a un gruppo di
bambini, più difficile é farlo con due donne adulte. C'è poi un altro aspetto:
dall'analisi delle mutazioni del virus, che permettono di risalire al periodo di
infezione, risulta che il 40% dei casi di Hiv tra i bimbi di Bengasi ha origine
prima del 1998. Un dato, quest'ultimo, confermato anche da altre evidenze.
Ad esempio?
Dalle cartelle cliniche che abbiamo esaminato, risultava che molti dei bambini
non erano stati ricoverati durante il periodo di lavoro delle infermiere
bulgare, ma prima Probabilmente le infermiere possono aver contribuito a non
migliorare una situazione già disastrosa. Ma dire che hanno inoculato il virus
scientemente é una bestialità.
Voi avete avuto modo di visitare l'ospedale di Bengasi. In che condizioni
l'avete trovato?
Quando siamo arrivati era in condizioni relativamente buone. Ma
probabilmente l'avevano ripulito.
Le autorità libiche sono state collaborative con voi durante la vostra
missione?
Non del tutto. Certo, ci hanno fornito le cartelle cliniche dei bimbi; ci
hanno concesso di visitarli e di far analizzare i campioni del loro sangue in
Europa. Ma per esempio non ci hanno mai consentito di accedere a quella che
consideravano la prova schiacciante, la smoking gun che inchiodava
definitivamente le infermiere: la bottiglia di albumina trovata a casa di una di
loro, che secondo i libici era infetta con il virus dell'Hiv. Nonostante le
nostre ripetute richieste, non siamo mai riusciti a vedere quella bottiglia.
Come mai questo comportamento schizofrenico da parte dei libici?
Credo che all'inizio fossero convinti della colpevolezza delle infermiere e
cercassero solo di dare fondatezza scientifica alle loro accuse. Quando si sono
resi conto che le nostre conclusioni andavano in senso opposto, si sono
irrigiditi.
Secondo lei la condanna verrà eseguita?
Innanzi tutto, il processo deve ancora passare alla Corte suprema. Poi,
tutto resta da vedere. Io credo che la condanna sia più che altro un modo come
un altro per negoziare con la Bulgaria e con l'Unione europea, di cui Sofia
diventerà membro a partire dal 1º gennaio. Detto in altri termini, i libici
stanno alzando la posta per la liberazione degli ostaggi.
Autore: Stefano Liberti
Fonte: Il Manifesto
LIBIA: ANCORA UNA CONDANNA A MORTE PER LE INFERMIERE BULGARE
22.12.2006 - Sofia
“Gheddafi distribuisce la morte per Natale”, “Ancora una volta a morte”,
“Lotteremo fino in fondo!”. Sono questi alcuni dei titoli dei quotidiani bulgari
usciti lo scorso 20 dicembre, dopo che il tribunale di Tripoli ha confermato in
appello la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare ed il medico
palestinese accusati di aver provocato volontariamente il contagio con il virus
HIV di 426 bambini, di cui 52 sono già morti, avvenuto nell’ospedale pediatrico
di Bengasi nel 1998.
Nonostante le pressioni di Unione Europea e Stati Uniti e numerosi studi
scientifici, tra cui quello recentemente pubblicato dalla prestigiosa rivista
Nature, che hanno dimostrano che i ceppi virali responsabili delle infezioni
erano già presenti nell'ospedale molti anni prima dell'arrivo delle cinque
infermiere bulgare e del medico palestinese, i giudici libici hanno ribadito la
sentenza di morte già emessa in primo grado il 6 maggio 2004, decisione poi
annullata dalla Corte suprema per vizi di forma.
Adesso la sorte degli imputati, agli arresti dal 1999, è nelle mani della Corte
di cassazione, che può confermare o ribaltare la sentenza, ed in quelle del
Consiglio superiore della magistratura libica, che assume il ruolo di ultimo
grado di giudizio. Ma più che i procedimenti nelle aule giudiziarie, a porre la
parola fine all’odissea di Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova,
Valentina Siropulo e Valya Chervenyashka e del dottor Ashraf Alajouj saranno gli
equilibri interni del sistema di potere libico e la voglia del colonnello
Gheddafi di salvaguardare il processo di apertura del paese verso l’occidente,
di cui la Bulgaria, con la prossima adesione all’Unione Europea del 1 gennaio
2007, diventa parte integrante.
Le autorità di Sofia hanno reagito in modo molto duro alla notizia della
condanna emessa dal tribunale di Tripoli. Per la prima volta, attraverso le
parole del presidente Georgi Parvanov, il processo contro le infermiere bulgare
è stato definito “un processo su ordinazione”. “La condanna a morte delle nostre
compatriote e del medico palestinese, del tutto innocenti”, ha dichiarato
Parvanov, che due anni fa si era recato personalmente in visita da Gheddafi,
nella speranza di riuscire a sbloccare la situazione, “serve soltanto a
nascondere le vere cause che hanno provocato l’epidemia di AIDS nell’ospedale di
Bengasi”.
Questa presa di posizione rompe con la strategia adottata fino ad ora, che
puntava a costruire rapporti di maggiore fiducia con Gheddafi e le autorità
libiche per favorire la liberazione delle infermiere, puntando anche sul fatto
che dal 1999 il regime del paese nordafricano ha operato una netta svolta nel
campo della politica internazionale, col tentativo di uscire dall’isolamento e
di riavvicinarsi alle potenze occidentali.
Anche il parlamento di Sofia ha definito come assurda la decisione del tribunale
libico. In una dichiarazione ufficiale la sentenza viene rigettata come “basata
su atti processuali preordinati e prove ottenute con la violenza”, in
riferimento alle accuse fatte dagli imputati di essere stati minacciati,
sottoposti a pressione psicologica e torturati al fine di ottenere una loro
confessione.
Il procuratore generale, Boris Velchev, ha assicurato che la possibilità di
aprire un processo nei confronti degli agenti che avrebbero estorto le
confessioni con la tortura, e che dovrebbe essere aperto dalla procura cittadina
di Sofia, non è stata esclusa, ma al tempo stesso ne ha ridimensionato
fortemente la possibilità di influire sul processo in Libia. “Il processo contro
i torturatori delle infermiere bulgare è un’iniziativa che arriva con grande
ritardo, con parecchia confusione e senza certezze, ma abbiamo basi giuridiche
sufficienti per poterlo aprire”, ha dichiarato Velchev. Nonostante un accordo di
collaborazione giudiziaria tra Bulgaria e Libia, infatti, non è affatto chiaro
se le autorità di Tripoli potrebbero permettere ai procuratori bulgari di
interrogare gli ufficiali accusati delle torture, anche perché questi sono già
stati assolti da queste accuse da un tribunale libico.“Tutto dipenderà dalle
autorità di Tripoli”, ha concluso il procuratore generale.
Forti reazioni sono venute anche da diversi esponenti del mondo politico
bulgaro. Secondo il sindaco di Sofia, Boyko Borisov, che da poco ha fondato GERB,
un nuovo partito politico già accreditato di larghi consensi, “la strategia
della diplomazia discreta non ha portato a nessun risultato”, ed è quindi ora di
isolare completamente Gheddafi a livello internazionale per riportare a casa le
“infermiere rapite”. Borisov ha anche incontrato i rappresentanti delle varie
comunità arabe che vivono nella capitale bulgara, chiedendo il loro sostegno.
Se quasi tutti in Bulgaria hanno chiesto una reazione forte, dopo anni di
tentativi di mediazione, soltanto Volen Siderov, leader di Ataka, si è spinto a
chiedere la ritorsione con l’arresto di sei cittadini libici da usare come merce
di scambio. Secondo Siderov i principali responsabili dell’attuale situazione
sono i governi succedutisi in questi anni a Sofia, insieme all’Ue e agli Stati
Uniti che non farebbero abbastanza pressioni se non attraverso frasi di
circostanza.
Anche il mondo del business ha reagito, attraverso la Camera di commercio, che
ha invitato le poche aziende bulgare che ancora lavorano in Libia a ritirare i
proprio impegno economico dal paese nordafricano. Negli ultimi anni molte delle
grandi industrie statali bulgare che operavano in Libia, come l’ “Agrokomplekt”
e l’ “Energoproekt” hanno già abbandonato il paese, e lo scambio commerciale tra
i due paesi si è ridotto a livelli quasi esclusivamente simbolici.
Adesso in Bulgaria si spera soprattutto nella capacità di influire maggiormente
sul regime libico dopo l’ingresso a pieno titolo nell’Unione Europea. Una
lettera sottoscritta contemporaneamente dal presidente Parvanov, dal premier
Stanishev e dal presidente del parlamento Pirinski, e inviata ai governi e ai
parlamenti di tutti i paesi membri dell’Ue, chiede una ancora maggiore pressione
dell’Europa per liberare le infermiere bulgare.
“Dobbiamo avere una posizione univoca e cercare nuove strade per risolvere in
modo equo questo processo ingiusto contro cinque cittadini europei”, hanno
scritto le più alte autorità bulgare, ricordando alle proprie controparti
nell’Unione le numerose irregolarità del processo di Tripoli e le evidenti
violazioni dei diritti umani degli imputati.
Anche il ministro degli esteri, Ivaylo Kalfin, ha minacciato di usare tutte le
nuove possibilità conferite dallo status di membro dell’Unione Europea, compreso
il diritto di veto, per isolare quanto più possibile la Libia finché le
infermiere non potranno ritornare a casa.
Autore: Francesco Martino
Fonte:
Osservatorio sui Balcani
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